benedettosedicesimo

4.22.2005

Ha difeso la verità che oggi annuncia

di Inos Biffi

L’itinerario di Joseph Ratzinger incomincia con la teologia e con lo studio della sua storia; anzi della teologia della storia colta in uno dei grandi autori scolastici: "La teologia della storia di san Bonaventura". Gli anni d’insegnamento che seguirono lo collocarono nel fervore del rinnovamento teologico, promosso dal Vaticano II, che lo vide esperto. Si venne così dispiegando la sua attenzione al sapere teologico – natura e compito della teologia –; all’essenza del cristianesimo – Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico –; alla figura della Chiesa –. Il nuovo Popolo di Dio –, della liturgia e della sua riforma.
Emerge nel lavoro di Ratzinger teologo, che si venne sempre più maturando e approfondendo, emerge una duplice sensibilità. La prima riguarda il senso della tradizione ecclesiale specialmente patristica – da lui studiata e messa in luce in Agostino – Popolo e casa di Dio in Agostino –, per cui il pensare teologico è colto ed esercitato non nel distacco, ma all’interno della vita e della storia della Chiesa, nel senso del primato di Cristo, al quale la Chiesa è tutta relativa, poiché la passione della Chiesa, egli notava, non è quella di narrare e proporre se stessa, ma Gesù Cristo. «Una Chiesa senza teologia – scriveva Ratzinger – si immiserisce e diventa cieca, una teologia senza Chiesa si dissolve nell’arbitrario»; e aggiungeva: «La teologia suppone la fede. Essa vive del paradosso di una unione di fede e di scienza».
La seconda sensibilità è quella di un dialogo e insieme di una lettura critica nei confronti della filosofia e in generale della cultura contemporanea, con speciale sensibilità all’importanza della ragione e della teoretica, o della verità, senza della quale la teologia risulterebbe depressa e mobile.
Questo modo di intendere e fare la teologia non può che rallegrare chi la intenda come una libera e illuminata crescita del Credo nel tessuto vivo della Chiesa, che fa del teologo «un uomo ecclesiastico».
Non sorprende, da questo contesto, che al ministero del teologo sia succeduto presto quello episcopale, segnato da un singolare stile di finezza pastorale, di ascolto e di grazia nel tratto, al quale si unisce una latina chiarezza e lucidità di linguaggio, cosa che rende i suoi libri trasparenti e gradevoli, il che non avviene sempre nella teologia tedesca e in quella italiana che la imita male.
L’approdo alla Congregazione per la Dottrina della Fede della rappresenta l’attività più compiuta ed ecclesialmente più importante: un’attività di vigilanza alla purezza della fede, piena di riguardo per le persone, ma anzitutto preoccupata della verità, dove si fondevano il senso della misura, la diagnosi lucida, la giustificazione pacata, e dove occorresse la denunzia coraggiosa e ferma, quando o nel campo dei dogmi – come nella cristologia o nella ecclesiologia – o della prassi cristiana egli rilevasse dottrine non coerenti con la fede. Possiamo ricordare i suoi interventi, non poco incompresi e osteggiati, a proposito del sacerdozio femminile o quello fondamentale – e purtroppo largamente rimosso – sul Signore Gesù (Dominus Iesus) assolutamente unico Salvatore e sull’unicità della Chiesa di Gesù Cristo.
Egli, che della teologia e della filosofia del nostro tempo ha larga conoscenza, non ha in particolare taciuto non solo i rischi ma le derive in atto a motivo del relativismo che sta affliggendo non solo la "sacra dottrina", ma la Chiesa stessa.
Ora che Joseph Ratzinger è divenuto il vicario di Pietro, ha ricevuto la missione da Gesù affidata Pietro: quella di confermare la fede, ossia di essere roccia nella professione dell’identità di Gesù, proseguendo con Pietro e con tutta la Chiesa a confessare: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, quello vivente». Singolarmente la Provvidenza lo ha preparato all’assunzione di questa grazia.